Durante il Climate Policy Bootcamp, il Teatro Garibaldi è diventato uno spazio di confronto, ascolto e immaginazione condivisa. Tra workshop, discussioni e momenti informali, lə partecipantə hanno attraversato temi complessi legati alla crisi climatica, alla giustizia sociale e al futuro del Mediterraneo.
La poesia “Grande sogno di un mondo piccolo” di Mattia Garofalo nasce da questa esperienza collettiva: un tentativo di restituire, attraverso la scrittura, le emozioni, le tensioni e le domande emerse durante quei giorni. Un resoconto personale e sensibile che accompagna il percorso del bootcamp da una prospettiva intima e umana.
Grande sogno
di un mondo piccolo
L’altro giorno in aereo
ho dormito troppo
e tra i sedili ho perso
i confini del mondo.
Li intravedevo a terra
e ho provato a riprenderli, ma
prezzi bassi per posti stretti
e la mano non arrivava.
Con i confini sparirono
anche lingue e interessi diversi,
spaesati senza Paesi erano
così liberi da sentirsi indifesi.
Tutti in cerca di linee e contorni
in acqua che scorre, in prati uniformi,
tra alberi identici e ombre di stelle.
Ricordi nascosti di barriere mai vere.
Ero ancora così assonnato
che sia ho chiesto caffè
sia l’ho rovesciato,
macchia calda sulla moquette
somigliava al Mediterraneo.
Iniziarono a capirsi
quando parlavano,
fino a parlare per capirsi.
Parlavano di futuro,
di progettarlo.
Pensavo scherzassero,
poi iniziarono a farlo. Si può?
Non erano distratti, paralizzati
da chiamate all’azione
che si illudono di fare motore
da ansie, slogan e timer.
Anzi i giornali riportavano
così tante belle notizie
da far tornare di moda
i giornali stessi.
Risolvevano tutti i problemi
e i problemi di tutti,
felici dei primi traguardi
in un mondo di guerre spente.
L’aereo atterrò.
Aggrappato al bracciolo
e spinto contro il finestrino,
ero tanto vicino quanto arrabbiato,
come un Dio che si scopre umano.
Temevo di sbriciolarmi in meteoriti,
che la mia ombra,
ombra di corpo irrisolto,
facesse notte su di loro.
Mi cadde un capello, dal panico
non riuscii a prenderlo al volo,
mentre il personale di bordo
mi chiamava confuso dal corridoio.
“Signore tutto bene?”
No! Certo che no, ho rovinato tutto!
Lungo e curvo,
il capello divideva il mondo.
Colpevole confine marrone
ruppe l’equilibrio e
corruppe l’individuo,
riattivando in un solo secondo
il bisogno di un Noi e di un Loro.
O questo era quello che pensavo.
Ansie di conseguenze inarrestabili
per il peccato originario
di essere parte di un mondo allarmato.
Secondo me,
si può fare meglio.