GENNY PETROTTA: Kumeta

Nell’inverno del 1944, in diversi villaggi siciliani scoppiarono rivolte contro la cattiva gestione dei raccolti agricoli da parte di un’alleanza tra grandi proprietari terrieri ed élite fasciste rimaste al governo, che lasciarono la popolazione alla fame. Il 31 dicembre, a Piana Degli Albanesi, paese dalla forte e unica identità culturale e linguistica, fondato dagli arbëreshë nel XV secolo, un gruppo di ribelli guidati da Giacomo Petrotta proclamò la Repubblica Popolare Contadina. A distanza di quasi 80 anni, l’artista visiva siciliana Genny Petrotta, nipote del leader di allora, rivisita l’episodio storico a lungo taciuto della sua città natale, alla ricerca di tracce di ciò che accadde durante i 50 giorni di esistenza della repubblica autonoma fino a quando non fu repressa dalla polizia. La videoinstallazione Kumeta è il primo atto del progetto MËMA MË FAL (Mamma Perdonami).

In un intervento artistico sulla tortura e la repressione di Stato, Genny Petrotta ha invitato i due scultori Francesco Albano e Simone Zanaglia a levigare e lucidare una porzione rettangolare della facciata in roccia della cava di marmo che sovrasta il paese. La superficie levigata ha le stesse dimensioni della cassa in cui venivano tenuti i prigionieri durante le torture. I marmi rossi evocano la carne umana e la levigatura diventa un gesto di carezza su un corpo dolorante. La parete esposta a nord del “Monte Kumeta”, dove si svolge l’intervento, è anche teatro di un massacro avvenuto il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra.

L’intervento scultoreo di levigatura e lucidatura è stato filmato per Kumeta. La presentazione della videoinstallazione è stata esposta accanto all’ex carcere di Piana degli Albanesi durante il festival Between Land And Sea.

“Alla nostra verità seguirono le legnate e le torture”

Testimonianza di Giacomo Petrotta dopo la repressione della Repubblica Contadina

In totale gli arresti salirono ad un numero di circa 120 tra anziani e giovani. Di pomeriggio una camera del II piano fu adibita alle interrogazioni e alle torture. Tutti ammassati in questa camera fummo sottoposti ai primi interrogatori. Volevano sapere a qualsiasi costo dov’erano nascoste le nostre mitragliatrici, le bombe a mano e in special modo quelle Molotov, chi di noi aveva distrutto i pali telegrafici e altro che la loro fantasia suggeriva. Ma che armi potevamo avere noi se non qualche pistola che all’arresto ci sequestrarono? Alla nostra verità seguirono le legnate e le torture. Comparve la tradizionale <<cassetta>> con la quale difficilmente si resiste a non dire niente e si strappano dalla bocca dei torturati cose non vere e mai avvenute. Con questo supplizio, l’interrogato veniva posto supino su una cassa delle dimensioni di un metro per ottanta; le mani e i piedi rimasti penzoloni venivano legati fortemente con sottili corde metalliche ai rispettivi lati della cassetta. 

Lo sfortunato veniva cosparso di acqua e sale e frustato con un nerbo di bue e con fili d’acciaio di alta tensione. A secondo i trattamenti che venivano usati la posizione del disgraziato veniva cambiata.

Una squadra improvvisata dai più malvagi e sadici carabinieri cominciarono le torture. In un primo tempo fui sottoposto alle stesse torture degli altri ma poi quando gli altri furono lasciati, su di me continuarono con le più malvagie e brutali torture.

Come ho già detto ognuno di noi che capitava legato nella cassetta veniva cosparso di sale e acqua, in modo che i colpi risultassero più brucianti e allo stesso tempo non si vedessero i segni…e poi frustate col nerbo di bue e col filo d’acciaio. Il locale si trasformò in un completo pantano, quella camera per le grida stridenti sembrava una bolgia infernale. Nella sala ci trovammo in un gruppo di 20 e 30, giovani ed anziani, tutti nudi ci davano legnate a non finire.

Insistevano nel voler sapere dove erano nascosti gli altri che avevano avuto possibilità di scappare e dov’erano quelle armi, e munizioni, suggerite dall’appuntato Bevacqua; insistevano soprattutto perchè dicessimo il nome di colui che era incaricato di suonare le campane per dare l’allarme nel caso fossero venute le Forze di Polizia.

Coloro che assaggiarono le legnate una prima volta non furono più toccati, ma a me fu riservata una sorte diversa. Per altri 10 giorni continuarono le loro ferocie sul mio corpo, man mano più sistematiche e metodiche, tali da risultare più provocanti e dolorose, ma a me sembravano più miti perché già il mio corpo era ridotto come un cencio di stoffa.

Dopo lunghi giorni, finalmente cessarono le torture. Presomi come uno straccio, mi buttarono nella cella di sicurezza. Ero gonfio dalle frustate da sembrare un pachiderma. Le infezioni cominciavano a prendere campo, parte delle mie unghie erano state strappate; i genitali gonfi e doloranti per quelle continue manipolazioni.

Da ‘’Testimonianze da una Repubblica Contadina’’, a cura di Angela Lanza

Genny Petrotta (1990) è un’artista italiana che vive e lavora a Palermo. La sua pratica artistica, guidata dalla poesia e attraverso la videoinstallazione, cerca la sublimazione di una vasta gamma di interessi e influenze, da quelle antropologiche e filosofiche a quelle storiche. Dal 2016 fa parte de Il Pavone, collettivo artistico con cui ha esposto in festival e spazi espositivi tra cui Manifesta12 Collateral, Spazio Y Roma, Adiacenze Bologna, Festival Effetto48, Cassata Drone Palermo, Festival Main off Palermo. Dal 2017 collabora con il duo artistico MASBEDO come assistente alla regia e ricoprendo anche altri ruoli. Nel 2022 ha diretto la produzione della video installazione “U scantu” di Elisa Giardina Papa presentata alla 59° Biennale di Venezia e ha coordinato la produzione di “Alkestys” di Beatrice Gibson e Nick Gordon presentata al British Art Show.

KUMETA e MËMA MË FAL è prodotto da Fondazione Studio Rizoma e Genìa Lab Art.

Artista: Genny Petrotta | In collaborazione con: Francesco Albano e Simone Zanaglia | Curatela e drammaturgia: Eva-Maria Bertschy | Sound design: Angelo Sicurella | Camera, sceneggiatura e montaggio: Genny Petrotta I Traduzione poetica dall’italiano all’arbreshë: Giuseppe Schirò di Modica | Produzione: Giorgio Mega | Direzione della fotografia delle riprese: Nick Gordon //stampa e sviluppo film: Augustus Color // operatore del drone: Antonio Giua// servizio tecnico: Gruppo Sinergie. Grazie a: Enza Di Vincenzo, Sebastiano Petrotta, Giovanna Renda, Angela Lanza, Il Pavone, Stefania Artusi, Paolo Benzi, Beatrice Gibson, Sabino Civilleri, Francesco di Gesù, Laura Barreca, Piera Fallucca, Rosario Petta, Gaspare Siragusa, Nino Schirò, Tanino Biscari, La Protezione Civile di Piana degli Albanesi.

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