{"id":5381,"date":"2025-06-17T17:20:52","date_gmt":"2025-06-17T15:20:52","guid":{"rendered":"https:\/\/studiorizoma.org\/?p=5381"},"modified":"2025-06-18T14:42:27","modified_gmt":"2025-06-18T12:42:27","slug":"giorgio-mega-in-conversazione-con-manfredi-clemente-titolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/studiorizoma.org\/it\/non-categorizzato\/giorgio-mega-in-conversazione-con-manfredi-clemente-titolo\/","title":{"rendered":"Il suono come metodo: pratiche ecologiche e politiche dell\u2019ascolto &#8211; Giorgio Mega in conversazione con Manfredi Clemente"},"content":{"rendered":"<p><em>In questa conversazione, Giorgio Mega dialoga con Manfredi Clemente dopo la sua residenza a Fondazione Studio Rizoma. Partendo da Horoi, progetto sonoro e installazione, approfondiscono i nodi concettuali e politici che attraversano la pratica artistica di Manfredi Clemente: il suono come strumento relazionale, l\u2019ecologia come pensiero complesso, l\u2019arte come mezzo e non come fine.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe style=\"border: 0; width: 100%; height: 120px;\" src=\"https:\/\/bandcamp.com\/EmbeddedPlayer\/track=3923131218\/size=large\/bgcol=ffffff\/linkcol=0687f5\/tracklist=false\/artwork=small\/transparent=true\/\" seamless=\"\"><a href=\"https:\/\/manfrediclemente.bandcamp.com\/track\/horoi-sounds-from-the-installation\">Horoi &#8211; sounds from the installation by Manfredi Clemente<\/a><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>Giorgio Mega:<\/em><\/strong> <span style=\"font-weight: 400;\">Quando abbiamo presentato Horoi, progetto e installazione sonora, c\u2019erano veramente troppe cose da raccontare per poter andare in profondit\u00e0 a toccare concetti e valori che sono alla base della tua ricerca e della tua pratica al di l\u00e0 di questo specifico intervento. Andando spediti al centro della questione, provo a chiederti adesso cosa pensi di e della relazione tra: suono, ecologia, e politica. Partiamo dalla prima intersezione: l\u2019ecologia sonora \u00e8 una disciplina specifica e gi\u00e0 storicizzata, ma spesso considerata pi\u00f9 dal lato della ricerca (se non solo accademica) che dal punto di vista della pratica. Cosa vuol dire per te che una pratica sonora \u00e8 una pratica ecologica?<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>Manfredi Clemente:<\/strong><\/em> <span style=\"font-weight: 400;\">Potrei rispondere a questa domanda in molti modi, tutti parzialmente corretti ma, presi singolarmente, inevitabilmente insufficienti. Per questo motivo, preferisco iniziare descrivendo il valore che il suono ha per me e per la mia pratica. Credo che il suono ci ponga in una modalit\u00e0 di relazione col mondo molto specifica e molto sottovalutata. Al contrario della vista, che per ovvie limitazioni ottiche \u00e8 un senso che deve \u201ctenere la distanza\u201d dal mondo (se avviciniamo troppo un oggetto all\u2019occhio non mettiamo pi\u00f9 a fuoco), <\/span><span style=\"font-weight: 400;\">il suono rende intima la distanza. La sua natura vibrazionale coinvolge il sistema timpanico e il corpo intero: il suono ci attraversa, ci fa risuonare, mette in relazione profonda ci\u00f2 che \u00e8 lontano e ci\u00f2 che \u00e8 vicino. Questa fisicit\u00e0 cos\u00ec intima si traduce, per me, in una capacit\u00e0 del suono di porci nel mondo in un senso unico e estremamente significativo: il suono permette all\u2019\u201caltro\u201d di raggiungerci, di toccarci, nonostante la distanza.<\/span><span style=\"font-weight: 400;\"> Proprio per questa sua dimensione primaria \u2014 fisica e spaziale \u2014 ritengo che il suono possa avere un ruolo centrale nel rappresentare e nutrire pratiche relazionali, sia su piani tangibili (territori, ambienti, individui), sia su piani immateriali ma altrettanto reali (come lo spazio sociale o politico). Quando presento un\u2019opera in uno spazio, modifico quell\u2019ambiente e ho la potenzialit\u00e0 di portare chi quell\u2019ambiente lo vive a riscrivere almeno temporaneamente la propria relazione con il mondo. Questa potenzialit\u00e0 aumenta se il processo di realizzazione dell\u2019opera \u00e8 anch\u2019esso relazionale, implicando l\u2019ascolto reciproco di luoghi e persone, di oggetti, di realt\u00e0. Le modalit\u00e0 in cui questa potenzialit\u00e0 pu\u00f2 manifestarsi sono molteplici, dipendono profondamente dall\u2019opera e dal processo che l\u2019ha generata. \u00c8 difficile generalizzare, ma si pu\u00f2 almeno provare a immaginare la complessa rete di relazioni che un percorso simile \u00e8 in grado di attivare. In un lavoro come <\/span><span style=\"font-weight: 400;\">Horoi non ho pensato il suono come fine ultimo della mia indagine sul territorio, ma l\u2019ho inteso come strumento e metodo di analisi e ricerca, proprio in virt\u00f9 di questa sua potenzialit\u00e0 straordinaria. Un metodo di indagine e realizzazione delle relazioni presenti e caratterizzanti un ambiente \u00e8 un metodo ecologico. Un processo che mette quell\u2019indagine in mostra, concentrando anche solo momentaneamente l\u2019attenzione di un pubblico su specifici temi legati alle relazioni ambientali indagate, \u00e8 un processo politico.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>G.M.:<\/strong><\/em> <em>Q<\/em><span style=\"font-weight: 400;\">uindi diciamo che parlando di ognuno di questi elementi \u00e8 inevitabile considerare i loro aspetti relazionali, sia a livello concettuale sia come dici a livello di pratiche che comprendono e inducono un contatto e uno scambio con altri umani e non-umani. A questo punto quindi ti chiederei di parlarmi di ecologia: al contrario del suono \u00e8 un piano di lettura degli ambienti che viene citato sempre pi\u00f9 spesso, e a volte in modi molto strumentali e\/o superficiali. Cosa \u00e8 invece l&#8217;ecologia per te se presa &#8220;sul serio&#8221;?<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>M.C.:<\/em><\/strong> <span style=\"font-weight: 400;\">Voglio pensare che gran parte dell\u2019attuale successo del termine <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">ecologia<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">, oltre che dall\u2019emergenza legata ai cambiamenti climatici, derivi dal fatto che, di fronte ai continui attacchi al pensiero critico \u2014 spesso fondati sulla semplificazione dei fenomeni sociali e politici \u2014 si avverta con forza l\u2019esigenza di un pensiero complesso. Credo che le attuali narrative neoliberiste e autoritarie abbiano bisogno di mantenersi su una superficie di significato, evitando la profondit\u00e0 del senso &#8211; fantasmagoria e reificazione direbbe forse qualcuno -, e che l\u2019ecologia possa offrire spunti di reazione a questa tendenza. Alla tua domanda posso rispondere che<\/span><span style=\"font-weight: 400;\"> il pensiero ecologico \u00e8 per me quello in grado di leggere il mondo su due piani contemporaneamente: l\u2019orizzontale e il verticale. Come nella polifonia antica, in cui linee melodiche autonome procedevano indipendenti pur generando armonie verticali, cos\u00ec nei territori, nei paesaggi e, pi\u00f9 in generale, negli spazi che abitiamo, si intrecciano percorsi indipendenti ma interconnessi, dotati di una ricca complessit\u00e0 individuale e al contempo di una straordinaria capacit\u00e0 \u2014 e necessit\u00e0 \u2014 di allinearsi simbioticamente ad altri percorsi paralleli, altrettanto complessi.<\/span><span style=\"font-weight: 400;\"> Questi allineamenti, come dice bene Anna Tsing, sono spesso estemporanei, fragili e precari, ma cogliere quegli istanti di verticalit\u00e0 \u00e8 di fondamentale importanza nella comprensione profonda della realt\u00e0. Una lettura che tenga conto di orizzontale e verticale e delle precariet\u00e0 implicite a questi rapporti \u00e8 un\u2019analisi ecologica della realt\u00e0. E penso che un simile approccio non debba limitarsi allo studio degli ecosistemi in senso strettamente biologico, n\u00e9 confinarsi ad ambienti specifici \u2014 la citt\u00e0, il bosco\u2026 \u2014 ma debba invece abbracciare forme che siano capaci di comprendere e collegare quei processi di produzione dello spazio sociale, individuati gi\u00e0 parecchio tempo fa da Henri Lefebvre, con l\u2019analisi e la lettura del paesaggio e degli ambienti, stabilendo connessioni continue tra particolare e generale, tangibile e intangibile, concreto e astratto. Penso anche che sia compito del pensiero ecologico mostrare come le alterazioni degli ecosistemi siano meccanismi perenni, evidenziandone le criticit\u00e0 (certe devastanti) ma anche sottolineando le opportunit\u00e0 evolutive che creano. E anche, perch\u00e9 no, creare dei modelli positivi, aprire a narrative differenti, prendendo a riferimento fenomeni di interconnessione ignorati o dati per scontati. Ed \u00e8 anche con questo taglio, penso, che l\u2019arte pu\u00f2 portare il proprio contributo. Anzi, credo lo stia gi\u00e0 facendo, trasformandosi e, come dicevo prima, diventando metodo e mezzo pi\u00f9 che fine.\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe style=\"border: 0; width: 100%; height: 120px;\" src=\"https:\/\/bandcamp.com\/EmbeddedPlayer\/album=1000976848\/size=large\/bgcol=ffffff\/linkcol=0687f5\/tracklist=false\/artwork=small\/transparent=true\/\" seamless=\"\"><a href=\"https:\/\/manfrediclemente.bandcamp.com\/album\/hajime-yori-kotoba-shirazariki\">Hajime yori kotoba shirazariki by Manfredi Clemente<\/a><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>G.M.:<\/strong><\/em> <span style=\"font-weight: 400;\">Sono d\u2019accordo con te che un approccio trasversale e profondo, e aggiungerei vicino al vissuto, dia all\u2019ecologia pi\u00f9 senso. E ti ringrazio per l\u2019assist finale, quando dici che l\u2019arte sta diventando pi\u00f9 \u201cmetodo e mezzo che non fine\u201d. Questo ci porta dritto al terzo concetto su cui volevo interrogare la tua pratica e il tuo pensiero, quello della politica. Anche qua certamente c\u2019\u00e8 politica e politica, come per l\u2019ecologia ci sono azioni di facciata quando non di greenwashing. Ma l\u2019annosa \u2013 forse malposta &#8211; questione di quanto l\u2019arte sia politica di per s\u00e9, o quanto debba esserne al servizio, che tipo di spunti di riflessione possono essere in un tempo in cui \u00e8 sempre pi\u00f9 comune (in particolar modo tra chi si occupa o preoccupa di questi temi) una sensazione di impotenza e di ingiustizia di fronte a una cecit\u00e0 disarmante del potere, che coinvolge s\u00ec le spiraloidi politiche ambientali ma addirittura un genocidio in atto e in diretta? Con tali elefanti nelle stanze della nostra mente, cosa si pu\u00f2 fare con l\u2019arte come mezzo e non come fine? E pensi che l\u2019arte debba sempre avere questo tipo di copertura diplomatica, di passaporto?<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>M.C.:<\/em><\/strong> <span style=\"font-weight: 400;\">Mi pare fosse Colin Ward a parlare dell\u2019anarchismo come di un idealismo necessario, qualcosa di diffuso, pervasivo, una tensione interna alla societ\u00e0 stessa che riemerge in una miriade di forme spontanee. Anche quando non viene nominato esplicitamente, \u00e8 come se alimentasse tutte quelle iniziative dal basso, orizzontali, che ci aiutano a tenere viva una certa capacit\u00e0 collettiva di fare da contrappeso agli accumuli di potere. Questa tensione continua pu\u00f2 sembrare faticosa, ma \u00e8 anche quella che spinge all\u2019azione, che tiene acceso il desiderio di attivare alternative al modello piramidale e, soprattutto, esiste come dimensione spontanea dell\u2019essere umano in societ\u00e0. Tornando al punto della tua domanda: l\u2019arte \u00e8 sempre stata politica. E per gran parte della sua storia \u00e8 stata molto vicina al potere, ne \u00e8 stata espressione, quasi un\u2019estensione. Anche oggi, spesso l\u2019arte continua a parlare il linguaggio di una classe dominante, rinchiusa in una bolla che, per come funziona, finisce per essere escludente. Ecco, io credo che anche dentro il mondo dell\u2019arte sia presente quella tensione di cui parlava Ward e che vada alimentata. Serve mettere in campo pratiche che vadano in direzione opposta all\u2019accumulo di potere, che spingano verso l\u2019orizzontale. Pratiche capaci di generare effetti anche fuori dal sistema dell\u2019arte, che riescano a incidere nel sociale, manifestando almeno l\u2019intenzione di lanciare un arpione contro il verticale, e poi tirare per tenerlo basso, al suolo. <\/span><span style=\"font-weight: 400;\">Personalmente, la strada che sto cercando \u2013 e che so di condividere con tanti altri \u2013 \u00e8 quella di un\u2019arte che metta al centro le relazioni, l\u2019ecologia, l\u2019indagine sui territori, il socio-politico e che viva dei suoi processi di attivazione ancor prima che della realizzazione di oggetti estetici; di un\u2019arte che si muova dentro quella rete di fatti e connessioni di cui parlavamo prima e che metta in correlazione continua estetica ed etica, non intendendo il primo termine semplicemente come \u201cdiscussione sul bello\u201d, ma nel suo senso originale di indagine della dimensione percettiva dell\u2019essere umano nel mondo.<\/span><span style=\"font-weight: 400;\"> Se riusciamo a orientare il processo creativo in questa direzione, allora s\u00ec, l\u2019arte pu\u00f2 davvero partecipare a quella tensione sociale, pu\u00f2 immaginare di contribuire a qualcosa di pi\u00f9 grande (come ha gi\u00e0 fatto in passato e come fa in molti casi attorno a noi). Per questo parlo del suono pi\u00f9 come mezzo che fine, perch\u00e9 cerco pratiche in cui il vero valore stia nella dimensione relazionale del fare, e nei processi partecipativi che questo pu\u00f2 implicare. L\u2019opera in s\u00e9 credo possa avere il valore di cui parlavo prima: \u00e8 un momento di riconfigurazione temporanea della realt\u00e0, e in quanto tale ha una grande potenzialit\u00e0, pu\u00f2 dire tanto; ma come \u00e8 stato in molta arte del secondo \u2018900, bisogna che sia l\u00ec anche a testimoniare il processo, rendendo evidenti gli approcci ecologici e intersezionali di cui parlavo, e non esclusivamente come \u201cbell\u2019oggetto\u201d n\u00e9 tantomeno come esercizio tecnico o tecnologico.\u00a0<\/span><\/p>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In questa conversazione, Giorgio Mega dialoga con Manfredi Clemente dopo la sua residenza a Fondazione Studio Rizoma. 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