{"id":1738,"date":"2022-11-08T18:02:28","date_gmt":"2022-11-08T17:02:28","guid":{"rendered":"https:\/\/studiorizoma.org\/?p=1738"},"modified":"2022-11-17T19:45:29","modified_gmt":"2022-11-17T18:45:29","slug":"cari-corpi-vivi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/studiorizoma.org\/it\/non-categorizzato\/cari-corpi-vivi\/","title":{"rendered":"Irene Coppola: Monumenti in movimento"},"content":{"rendered":"\n<p style=\"font-size:23px\">Irene Coppola in conversazione con Elisa Capellini<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Irene Coppola nasce a Palermo nel 1991. Artista con sede a Palermo e Milano, fa parte della piattaforma Room to Bloom. Dopo aver completato gli studi accademici presso la NABA di Milano e l&#8217;Accademia Willem De Kooning di Rotterdam, ha partecipato a mostre e progetti nazionali e internazionali, tra cui: <em>AndAndAnd<\/em> per Documenta13 a Kassel, il festival <em>Do Disturb <\/em>al Palais De Tokyo di Parigi, <em>Dolomiti Contemporanee <\/em>a Pieve di Cadore, <em>Flight Sketches<\/em> al Cercle Cit\u00e9 di Lussemburgo, <em>Hanging Garden<\/em> all&#8217;Office Project Room di Milano, <em>Badly Buried<\/em> alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Guarene, <em>La Natura e la Preda<\/em> al PAV di Torino. Nel 2019 ha vinto la sesta edizione dell&#8217;Italian Council per il progetto di residenza artistica La Wayaka Current Tropic 08\u00b0N con sede nella comunit\u00e0 indigena di Guna Yala (Panama). Nel 2020 \u00e8 tra gli artisti selezionati per <em>Cantica21. Italian Contemporary Art Everywhere<\/em>, un progetto di committenza pubblico, promosso dalla Direzione Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dalla Direzione Generale Creativit\u00e0 Contemporanea del Ministero della Cultura. L\u2019opera prodotta \u00e8 stata ospitata presso l\u2019Istituto Italiano di Cultura a Dakar, dove l\u2019artista ha realizzato un nuovo progetto di residenza, parte degli eventi collaterali della Biennale Dak\u2019Art 2022.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Nel 2021 l\u2019artista viene invitata a Palermo per il programma Room To Bloom Pavilion, a cura di Marcela Caldas, in cui 35 artiste provenienti da tutto il mondo hanno collaborato per aprire nuovi spazi di sperimentazione e discussione attorno al ruolo dell\u2019arte nella societ\u00e0, attraverso una prospettiva transfemminista e decoloniale. <em>Cari corpi vivi\u2026<\/em>, \u00e8 il workshop che Irene Coppola realizza in questa occasione presso l\u2019Orto Botanico di Palermo, dove mette in relazione il tema della monumentalit\u00e0 con il suo archivio di frammenti vegetali. Partendo dalla realizzazione di calchi effimeri sui monumenti, l\u2019artista inizia nel 2016 una riflessione tuttora aperta sul rapporto tra corpo e memoria collettiva.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/7.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-1024x683.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1704\" srcset=\"https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/7.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/7.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-300x200.jpg 300w, https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/7.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-768x512.jpg 768w, https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/7.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/7.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-2048x1365.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption>@Maghweb<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>Elisa Capellini<\/strong>: In seguito alle numerose vicende legate all\u2019abbattimento della statuaria presente oggi nello spazio pubblico delle nostre citt\u00e0, si sono manifestati tre atteggiamenti prevalenti: c\u2019\u00e8 chi spinge per la conservazione del patrimonio <em>cos\u00ec com\u2019\u00e8, l\u00ec dov\u2019\u00e8<\/em>, in quanto simbolo e testimonianza \u2013 sia estetica che storico-culturale \u2013 della storia. Dal lato opposto si posizionano coloro che le statue le vogliono distruggere, proprio in quanto simbolo e testimonianza di quella stessa storia, dalla quale non si sentono in alcun modo rappresentati. Nel mezzo si collocano coloro che vedono nella museificazione del monumento celebrativo un giusto compromesso. Tutte e tre le posizioni presentano per\u00f2 delle criticit\u00e0: nel primo caso si tende ad appiattire tutti i discorsi emersi attorno alla rivendicazione dello spazio pubblico. Nel secondo caso, invece, mi chiedo se non si rischia solamente di \u201celiminare dalla visuale\u201d un nemico che per\u00f2 continuerebbe ad esistere, in altre forme, nella nostra societ\u00e0. Nel terzo caso, mi pongo due interrogativi. Il primo \u00e8 un problema di tipo pratico: in quale spazio del museo dovrebbero essere collocati gli oggetti in questione? \u00c8 chiaro che i limiti spaziali del museo porterebbero a una selezione degli oggetti da esporre, quali sarebbero quindi i criteri di tale selezione? Il secondo dubbio invece riguarda il ruolo, talvolta problematico, delle istituzioni culturali in una societ\u00e0 globale e gli strumenti in loro possesso per operare una ri-narrazione dei monumenti celebrativi. Inoltre, considerando che il monumento viene progettato per uno spazio pubblico, trasportarlo all\u2019interno di uno spazio espositivo, porterebbe ad una decontestualizzazione dell\u2019opera, pi\u00f9 che a una sua ricontestualizzazione, come in molti sostengono. Insomma, risulta complicato orientarsi verso una soluzione definitiva e condivisa. <strong><em>Credi che la tua pratica possa suggerire una quarta via oppure pensi che possa inserirsi all\u2019interno di uno dei posizionamenti sopracitati?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>Irene Coppola<\/strong>: Innanzitutto \u00e8 importante fare chiarezza sulla tipologia di monumenti di cui parliamo. Hai usato il termine patrimonio (dal latino patrimonium, derivato da pater, &#8216;padre&#8217;, e munus, &#8216;compito&#8217;; dapprima col significato di &#8216;compito del padre&#8217; poi con quello di &#8216;cose appartenenti al padre&#8217;) la cui etimologia non a caso \u00e8 un evidente riferimento alla societ\u00e0 patriarcale che abbiamo ereditato, che oggi indica pi\u00f9 genericamente tutti i beni posseduti da un soggetto giuridico o dallo Stato. Tornando ai monumenti, anche questo termine rimane piuttosto generico riferendosi oggi a tutte le costruzioni di \u201cvalore\u201d artistico-storico, finch\u00e9 non vi associamo la parola celebrativi, di cui fanno parte anche le sculture ad immagine e somiglianza degli imperatori, dei generali vittoriosi, dei dominatori.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Vedi, il punto \u00e8 che si d\u00e0 per scontato che questi siano dati negli spazi pubblici come giganti immobili su piedistalli che amplificano la distanza e il senso di distacco dalla nostra condizione umana. Non ci si pone il problema di chi, come e perch\u00e9 sia l\u00ec rappresentato, ma ci si preoccupa dell\u2019incolumit\u00e0 di una narrazione calata dall\u2019alto, con una specifica simbologia del potere, che vuole essere l\u2019unica insostituibile, messa a valore dalla storia. I monumenti celebrativi, poi, non fanno altro che anestetizzare personaggi e fatti storici che sono carichi di violenza, leggittimandoli come \u201cnaturali\u201d o \u201cnormali\u201d, e questo \u00e8 preoccupante.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">La mia azione &#8211; fragile, temporanea, ludica &#8211; sui monumenti celebrativi, \u00e8 iniziata nel 2016 prendendo coscienza di tutto ci\u00f2. E\u2019 un processo che personalmente mi ha permesso di avvicinarmi a quello spazio di riflessione critica che ha origine proprio dai legittimi movimenti di contestazione sociale che sono sempre pi\u00f9 diffusi nel mondo. Tornando alla tua domanda quindi, non credo sia necessario definirla all\u2019interno di un dibattito che riguarda il cancellare o meno la presenza dei monumenti celebrativi, o addirittura di musealizzarli (ennesima operazione feticcia e sterile perch\u00e9 di natura puramente conservativa). La mia ricerca sui monumenti si situa all\u2019interno di un movimento globale di pratiche e azioni artistiche che intendono sovvertire la presunta e arrogante verit\u00e0 di questi uomini di bronzo, per fare della memoria una concreta pratica di vita. <\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Nella mia pratica artistica, pi\u00f9 in generale, l&#8217;attitudine scultorea mi permette di dare una nuova pelle ai soggetti che osservo e di trattenere una forma residua della natura, di un territorio, di un corpo dove il display dell\u2019opera intende agire come dispositivo di relazione, \u00e8 un invito a posizionarsi.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>EC<\/strong>: All\u2019interno del dibattitto contemporaneo sul tema della monumentalit\u00e0, il ruolo dello spazio pubblico assume una posizione rilevante. Lo spazio pubblico che accoglie il monumento viene infatti plasmato dalla sua presenza costante. <strong><em>Secondo te, azioni come l\u2019alterazione e l\u2019eliminazione fisica dell\u2019oggetto-monumento, che tipo di processi andrebbero ad innescare? La sua sola rimozione \u2013 o alterazione \u2013 sarebbe in grado di modificare i connotati dello spazio pubblico che lo ha ospitato per tutto questo tempo, cos\u00ec da renderlo uno spazio pi\u00f9 orizzontale e inclusivo?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>IC<\/strong>: Questa ossessione contemporanea di preservare senza trasformare nulla \u00e8 un grande limite. Vengo da una citt\u00e0 in cui, nella storia, si sono susseguiti tanti popoli e tante culture, che non hanno sovrascritto del tutto la memoria del territorio ma sono state capaci di reinventare e arricchire gli usi, le forme e le tradizioni locali finch\u00e9 non sono arrivati gli anni 70, quelli della speculazione edilizia mafiosa del Sacco di Palermo.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Esistono poi molti modi per celebrare, o meglio, agire la memoria, che passano attraverso rituali collettivi o forme anche immateriali. Penso alla comunit\u00e0 indigena Guna, nell\u2019arcipelago delle San Blas di Panama, dove la danza, il canto e la mitologia hanno ancora un ruolo fondamentale nella trasmissione del sapere e nell\u2019orientare i rapporti sociali e politici, mantenendo una relazione con il sacro che la societ\u00e0 capitalista ha trasformato in mero bene di consumo.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Forse iniziare a chiedersi perch\u00e9 vengano collocate &#8211; oltre al perch\u00e9 vengano rimosse \u2013 le statue celebrative nello spazio pubblico pu\u00f2 aiutarci a trovare quella distanza necessaria a disaffezionarci da certe presenze ingombranti e ad immaginare nuove forme di \u201cmemoriali\u201d che ci siano pi\u00f9 vicine, pi\u00f9 corrispondenti. Molte proposte arrivano dall\u2019arte militante. Cito, tra le tante, quella di Ivan Argote (un\u2019artista colombiano che ho scoperto recentemente con cui sento moltissime affinit\u00e0 su questi temi) che da 15 anni lavora sui \u201cliving monuments\u201d partecipando attivamente al dibattito decoloniale nei territori dell\u2019America Latina.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>EC: <\/strong>La debolezza del monumento celebrativo risiede proprio nella sua immutabilit\u00e0. \u201cAnche le statue muoiono\u201d perch\u00e9 il mondo cambia ma loro rimangono l\u00ec, eterne, statiche, imponenti: paradossalmente, \u00e8 proprio la loro pretesa di eternit\u00e0 a causarne la morte. Nel testo <em>Cari corpi vivi<\/em>&#8230;, nel quale ripercorri una parte della tua ricerca artistica legata alla ri-narrazione della statuaria celebrativa, scrivi che \u201cil leone \u00e8 ferito\u201d. La tua intenzione \u00e8 curiosa: non cerchi la sua morte, vuoi ferirlo. Da questo punto di vista l\u2019approccio che adotti \u00e8 molto distante da quelle azioni eroiche \u2013 o meglio, antieroiche \u2013 e distruttive che sono oggi al centro del dibattito. La tua sembra quasi una collaborazione creativa con il monumento. In un contesto in cui la monumentalit\u00e0 non pu\u00f2 pi\u00f9 essere pensata come una forma definitiva e in cui servono strumenti aggiornati che permettano al monumento di essere \u2018umano\u2019 e \u2018nomade\u2019, non solo fisicamente ma anche concettualmente, attraverso la pratica del calco, tu offri all\u2019opera l\u2019occasione di rinarrarsi e di essere mobile, quindi fragile e quindi umana. <strong><em>Sempre in questo testo scrivi che il corpo smembrato\u201ccaduco e contorto ammonisce un\u2019altra storia\u201d, a quale storia ti riferisci?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>IC<\/strong>: Come dicevo, il vero punto della questione non \u00e8 se mantenere o abbattere un monumento, ma che cosa significano i movimenti sociali che ne determinano la messa in crisi. Sono proprio questi processi a costruire la memoria collettiva che \u00e8 molto pi\u00f9 complessa e stratificata di quella che viene perpetuata dal singolo oggetto celebrativo in s\u00e9. Nel mio caso, non parlerei di collaborazione creativa con il monumento perch\u00e9 implicherebbe un dialogo a due voci o un compromesso che non cerco. La vedo come una forma di profanazione del suo sistema valoriale.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Attivare delle forme di contro-narrazione del monumento celebrativo significa riarticolare e comprendere la storia di chi ancora oggi subisce le conseguenze delle scellerate lotte di potere, immortalate in chiave patriottico-militare, ma significa anche porre le basi per immaginare \u201cCome vogliamo vivere insieme?\u201d per costruire nuove forme di cooperazione interspecie al di fuori dalla logica antropocentrica. Significa, potenzialmente, coltivare uno sguardo critico sul nostro tempo per scegliere concretamente quali strumenti mettere in campo nelle comunit\u00e0 in cui viviamo, per far valere i desideri di un Noi politico che possa inventare e agire un nuovo spazio pubblico.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>EC: <\/strong>Nel libro <em>Gi\u00f9 i monumenti. Una questione aperta<\/em>, Lisa Parola scrive che il momento prima della vera e propria caduta, quello cosiddetto pre-rivoluzionario, in cui la statua vacilla, ha un portato visivo e performativo potente. Per lei questo \u00e8 il momento esatto in cui emerge la fragilit\u00e0 della statua ed \u00e8 anche il punto esatto in cui avviene il cambio di prospettiva. <strong><em>Nel tuo caso, in che modo la prospettiva viene ribaltata? C\u2019\u00e8 un momento preciso in cui senti che questo sta accadendo?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>IC<\/strong>: E\u2019 nel momento in cui si immaginano altre forme di co-esistenza che inizia un\u2019inversione di prospettiva capace di smantellare lo spazio normativo dominante. L\u2019arte nella sua forma pi\u00f9 alta \u00e8 provocatoria, sovversiva, rivoluzionaria, ed \u00e8 uno strumento immaginifico fortissimo se rimane libero. Tuttavia trovo che non sia sempre facile orientarsi e situarsi, perch\u00e9 in qualsiasi ambito (sociale-politico-culturale) siamo circondati, oltre che da un linguaggio violento, anche da perbenismo, populismo e da operazioni politicamente corrette che rischiano di appiattire ogni tipo di legittimo dissenso o autentica visione, pur di mantenere uno status sociale privilegiato. Come affermano Edouard Louis e Ken Loach in \u201cDialogo sull\u2019arte e la politica\u201d esiste un estabilishment anche nel mondo della cultura che \u00e8 necessario mettere sempre in discussione.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>EC<\/strong>: Artisti come Hoheisel \u2013 ma penso anche alla pratica del <em>wrapping <\/em>di monumenti portata avanti da Christo e Jeanne-Claude \u2013 hanno dato vita a strategie di contro-monumentalizzazione. <strong><em>In quanto artista, se dovessero oggi commissionarti la realizzazione di un monumento \u2013 o di un \u201ccontromonumento\u201d \u2013 su quali elementi lavoreresti? Quali principi riterresti fondamentale includere nella tua opera? Inoltre, pensi sia opportuno decretare la fine del monumento oppure questo pu\u00f2 tornare ad avere senso in forme e modi diversi?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>IC<\/strong>: B\u00e8, come non ricordare la straordinaria operazione di Hoheisel che nel 1995 in occasione di una committenza pubblica in Germania per un \u201cmemoriale agli ebrei uccisi in Europa\u201d realizza una fontana sommersa piuttosto che ergere un mausoleo verticale! La potenza poetica di quest\u2019opera \u00e8 tangibile senza imporsi su alcuna soggettivit\u00e0 e come dice lo stesso artista: \u201cThe sunken fountain is not the memorial at all. It is only history turned into a pedestal, an invitation to passersby who stand upon it to search for the memorial in their own heads. For only there is the memorial to be found\u201d (H. Hoheisel). Allora mi chiedo, un monumento pu\u00f2 essere vivo, mutante, collettivo? Perch\u00e9 non immaginare nuove forme di narrazione con-temporanee che tengano conto dei contesti socio-politici attuali?<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Il contro-monumento che realizzerei sarebbe proprio quell\u2019azione che racconto nella lettera aperta <em>Cari Corpi Vivi&#8230;<\/em> che ho pubblicamente lanciato online su <em>roots&amp;routes<\/em> come una proposta: fare dell\u2019atto collettivo di calcare e indossare le pelli vuote dei giganti corpi celebrativi una organica, fluida e ludica forma scultorea di riappropriazione e ri-narrazione della storia. Immagino che questo primo gesto che ho sperimentato con materiali effimeri, possa diventare una vera e propria performance in cui la memoria venga praticata, letteralmente indossata e interpretata dai corpi vivi e non sia relegata ad un nostalgico e retorico riferimento al passato concluso. Le pelli vuote diventerebbero cos\u00ec costumi di scena adagiati o meglio deposti su singoli piedistalli ad altezza d\u2019uomo, forme scultoree imperfette, decadenti e sovradimensionate che trasformerebbero il corpo in una sorta di anti-eroe organico, goffo, mostruoso.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>EC: <\/strong>Conservazione, restauro e valorizzazione non sono mai azioni neutre: viene necessariamente accentuata una narrazione a discapito delle altre.<strong> <em>Nel contesto odierno, quello di un\u2019arte che si fa globale, quale ruolo dovrebbe assumere l\u2019istituzione culturale all\u2019interno di tale dibattito? E qual \u00e8 per te il significato di patrimonio culturale oggi?<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\"><strong>IC<\/strong>: Se parliamo di istituzioni non come un\u2019entit\u00e0 astratta e generica (l\u2019istituzione culturale) ma come un sistema organico di persone che hanno, non solo un ruolo di rappresentanza, ma anche decisionale e con un proprio orientamento politico rispetto ai siti che ospitano opere d\u2019arte, capiamo che esistono diverse modalit\u00e0 di agire all\u2019interno delle istituzioni e in particolare nell\u2019ambito culturale a livello globale, che pu\u00f2 essere volto all\u2019apertura, all\u2019accoglienza, allo scambio, al dibattito critico oppure alla normativizzazione, al controllo, alla repressione, al nazionalismo identitario.<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:17px\">Personalmente sogno rappresentati capaci di mettere in discussione le istituzioni stesse, di creare spazi per il dibattito pubblico e laboratori urbani, di supportare pratiche di ricerca a lungo termine, di sostenere il lavoro degli artisti senza alcuna etichetta di razza, sesso, identit\u00e0, religione, estrazione sociale. Rappresentanti che lavorino per un patrimonio culturale inclusivo e plurale piuttosto che esclusivo ed elitario; un bene comune che sia un luogo del lavoro e del pensiero sempre pi\u00f9 accessibile.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" width=\"1024\" height=\"682\" src=\"https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/6.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-1024x682.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1733\" srcset=\"https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/6.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/6.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-300x200.jpg 300w, https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/6.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-768x512.jpg 768w, https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/6.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/studiorizoma.org\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/6.-workshop-coppola-\u00a9Maghweb.jpg 1901w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<div style=\"height:48px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p style=\"font-size:15px\">Immagini @Maghweb<\/p>\n\n\n\n<p style=\"font-size:15px\"><br>La lettera aperta a cui si fa riferimento in questa intervista pu\u00f2 essere consultata a questo link: https:\/\/www.roots-routes.org\/cari-corpi-vivi-di-irene-coppola\/.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:10px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Irene Coppola in conversazione con Elisa Capellini Irene Coppola nasce a Palermo nel 1991. 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